E tre. Il 7 ottobre anche l’Agenzia di rating Fitch, dopo Standard & Poor's il 20 settembre e Moody's il 4 ottobre, ha declassato l’Italia. Ma la crisi non era già finita a metà del 2009? Non si diceva così un po’ dovunque nel mondo? E, quindi anche in Italia? Invece eravamo solo all’inizio del suo aggravarsi. C’eravamo solo entrati. Il Bollettino Economico n. 59 di Gennaio 2010, della Banca d’Italia segnalava: 1) a partire dal terzo trimestre 2009 l’economia mondiale si è rafforzata, pur con andamenti differenziati tra Paesi e aree; b) sono tornati a crescere i flussi di commercio internazionale, grazie soprattutto alla domanda proveniente dai Paesi emergenti dell’Asia; c) le banche hanno migliorato le loro condizioni patrimoniali e, nel terzo trimestre del 2009, nell’insieme, hanno riportato profitti superiori alle attese; d) su talune operazioni bancarie si registrano benefici al di sopra dei livelli della prima metà del 2007; e) i corsi azionari hanno mantenuto, anzi hanno ampliato i guadagni realizzati da marzo a ottobre; d) l’abbondante liquidità immessa dalle banche centrali sul mercato ha fatto ripartire gli affari finanziari. Anche ONU, OCSE, Banca Centrale Europea (BCE), Fondo Monetario Internazionale (FMI) lo confermavano. Quest’ultimo nel World Economic Outlook del 26 gennaio 2010, in una sintesi d’immediata comprensione, come sempre, esponeva i dati più significativi che, a dicembre 2009, caratterizzavano l’economia mondiale. Dal secondo semestre 2009, ricominciava a crescere progressivamente in tutte le aree. Buone prospettive si profilavano per gli anni prossimi. Nei Paesi emergenti e quelli in via di sviluppo, l’attività economica sarebbe stata molto vigorosa, in relazione alla crescita della domanda interna.
Mentre i governi e anche molta parte dei media esaltavano l’incipiente superamento delle difficoltà economiche e finanziarie, non si faceva intendere bene l’altra cosa.
La Banca d’Italia (Cfr. Bollettino, cit.) nel rappresentare gli elementi che caratterizzavano positivamente la ripresa, ne sottolineava i pesanti condizionamenti: “L’incertezza sull’intensità della ripresa permane significativa. Al continuo miglioramento della fase ciclica desumibile dai sondaggi congiunturali non è ancora corrisposto un rafforzamento altrettanto robusto degli indicatori di natura quantitativa”. Nel valutare la situazione delle economie avanzate, rilevava che difficilmente i consumi sarebbero tornati ad alimentare la ripresa. Su questa gravava l’incertezza che attraversava il mercato del lavoro. In vari passaggi, prevedeva che la ripresa dell’attività economica proseguisse a ritmi ridotti anche nel corso del 2010, frenata dalla debolezza della domanda interna.
Se tutto questo si faceva trasparire, a livello mondiale, le puntualizzazioni relative al nostro Paese erano più specifiche e avrebbero dovuto allarmare i responsabili della politica nazionale. Le precisazioni seguenti, ad esempio: a) si vanno affievolendo gli effetti delle misure di stimolo messe in atto per fronteggiare la crisi; b) persistono difficoltà nel commercio con l’estero. c) scarsa è la propensione al consumo delle famiglie. Queste, pur in presenza di una dinamica dei prezzi molto contenuta, avvertono il calo dei redditi nominali; d) la flessione del reddito disponibile reale aggrava un ristagno quindicennale, senza riscontro negli altri principali Paesi dell’area dell’euro. e) i tassi di disoccupazione saliranno ancora o comunque rimarranno elevati per buona parte del 2010, e anche successivamente. Le fonti di organismi internazionali esponevano dati precisi per grandi Paesi, ma si soffermavano sul nostro. (ONU, BCE, FMI, Forum economico Mondiale). Quest’ultimo affermava: “ Il pianeta rischia di surriscaldarsi fortemente: sotto il profilo economico nei Paesi emergenti, sotto il profilo sociale nei Paesi più industrializzati”. Il Direttore Generale dell’Ufficio internazionale del Lavoro (BIT), denunciava i rischi di una ripresa economica senza lavoro. Affermando: “ La stessa determinazione con cui gli Stati si sono applicati nel salvare le banche, devono mettere nel proteggere e creare il lavoro. Il che è possibile se si promuove un’attiva convergenza delle politiche pubbliche e degli investimenti privati verso la stabilizzazione del lavoro”. Il clima sociale dei Paesi dove la disoccupazione cresceva ogni giorno faceva prevedere forti esplosioni di collera. Di qui l’esigenza di superare la frammentarietà e la disomogeneità degli aiuti alla disoccupazione, come praticata normalmente dagli Stati. Premesso che anche gli aiuti straordinari attuati dalle pubbliche istituzioni non riuscivano ad invertire l’impennata della disoccupazione, l’intervento del BIT segnalava una determinante strategica di rilancio dell’economia. Incitava a promuovere la realizzazione di opere e servizi di pubblica utilità. Indirizzo non separabile dall’altro: dare impulso alla formazione continua dei lavoratori, come da anni sostenuto da politici ed esperti del lavoro, e ribadito più volte negli studi OCSE (OECD Jobs Study,1994; Boosting Jobs and Incomes, 2006; Forum OCDE,2009). Era la strategia che si proponeva di prevenire distorsioni di mercato. Di mettere un freno al continuo pompaggio di pubblico danaro in imprese decotte e improduttive. Strumentalizzando la sacrosanta esigenza di non deprimere il lavoro, si ricostruivano, intanto, gigantesche fortune. Lucrando a lungo sullo slogan: troppo grande per fallire! E, invece, occorreva intraprendere un processo che consentisse il passaggio indolore dei lavoratori verso nuove imprese produttive e tecnologicamente innovative. La formazione continua e l’innovazione costituiscono fattori paralleli della crescita e della stabilità del lavoro. Come hanno fatto i Paesi scandinavi che, sulla base di questa idea, hanno sperimentato con successo buone pratiche. Purtroppo, non sembra che l’idea abbia raccolto molto successo più a sud.
Se tutto questo veniva detto a mezza bocca, quasi nella incredulità generale, c’erano cose che venivano totalmente taciute. Le enunciamo, per dare una chiave di lettura, la più elementare, a nostro avviso, del perché la crisi che viviamo, non è che la conseguenza prevista e prevedibile di quella precedente. La responsabilità appartiene a chi di quella crisi non ha saputo cogliere i sintomi, non ha saputo gestirne l’evoluzione, e ancora continua a ricercarne i rimedi. Inconsistenti, perché improbabili.
Non bastò aver proclamato che eravamo fuori dalla crisi, né basta ora raccontare che ci approssimiamo ad uscirne per entrare nella normalità. Come se, dopo una cura con gli antibiotici, bastassero, ora, un po’ di vitamine per mettere in buona salute il malato. Per alcune ragioni che sono alla portata di chiunque voglia tenersi un po’ aggiornato in materia:
1. Il mercato degli affari economici e finanziari viene gestito dagli stessi attori che operavano prima della crisi. Se non è stato accertato il loro grado di responsabilità nella determinazione degli eventi di cui ci occupiamo, questo non è ritorno alla normalità. Quegli operatori hanno continuato a praticare le speculazioni bancarie alla vecchia maniera.
2. Le attività finanziarie su alcuni mercati riprendono. Ma riprendono anche i rischi di nuove insidie, perché non sono state introdotte regole e controlli nell’economia globale, in modo da bloccare, o comunque colpire i businessman truffaldini. Questi continuano con le evasioni fiscali e le ruberie, come le cronache di questi tempi ci hanno ampiamente edotti.
3. La crescita in alcuni Paesi ritorna. E si fa riferimento all’incremento del PIL. Qui va chiarito che il reclamizzato PIL è solo un macro indicatore dell’evoluzione della produzione, nel quale, per paradosso, si contabilizzano anche i disastri ecologici (Cfr.François-Xavier Albouy, Économie des catastrophes, La documentation francaise, n.19, 2006), i terremoti, gli smottamenti di fiumi, le frane, i crolli di abitazioni, con i relativi morti, e così disgrazie contabilizzando.
Le esemplificazioni potrebbero continuare. Quelle appena formulate sembrano sufficienti per affermare che il ritorno di certe pratiche non è affatto il ritorno alla normalità. Piuttosto sono l’innesco della continuazione della crisi. Con tutto quel che segue.
Conclusione
Come Dio vorrà, ci sarà pure un momento in cui ne usciremo. Qualcuno ha scritto che crisi come questa si ripetono ogni due o tre generazioni. Ma i giovani sembra che abbiano deciso di non volere più attendere. Sembra abbiano capito che la crisi attuale conferma la necessità di un rapporto fra etica ed economia; essa mostra la fragilità di un modello di gestione della politica prono a eccessi che ne hanno determinato il fallimento. Le nuove generazioni stanno prendendo coscienza di tutto questo, come dimostrano le centinaia di manifestazioni che insorgono ogni giorno, in Italia, in Europa, nel mondo. Ci si sta rendendo conto che la ripresa non può replicare le molte perverse connotazioni del passato.
La ripresa forse non sarà gestita da chi ha provocato la crisi e non sa più porvi rimedio. I giovani che stanno prendendo coscienza della realtà, sono la forza di un nuovo riscatto e la prospettiva di un nuovo futuro. Sono la nostra speranza.
Antonio Dentato



